Questa è la mia newsletter Qualcosa di bello, pubblicata su Substack ogni secondo e quarto martedì del mese, che ti fa scoprire belle storie di luoghi, arte, film, libri, spettacoli. La pubblico ora anche in “casa mia”, nel mio blogfrancescapiana.it

Questa puntata ti porta in Messico in viaggio tra sapori e parole. Buona lettura!

 

L’avocado della signora

 

“Per favore, due avocados”, chiede la signora al fruttivendolo. La esse, la aggiunge convinta: lo spagnolo finisce per esse, si sa. Torna a casa contenta e piazza quelle due specie di pere verdi e acerbe in bella vista sulla fruttiera, attendendo fiduciosa di servirle come dessert per la cena. Arriva l’estate e la signora va in Messico alla (ri)conquista degli Aztechi e dei Maya, dei quali ormai sa tutto perché, prima di un viaggio così, è di quelle persone che si documentano. È un caldo giorno di agosto e la signora è pronta a tutto (o quasi) per l’incontro con l’esotismo. Il primo appuntamento è a tavola. Finisce al ristorante in un quartiere coloniale di Città del Messico seguendo i consigli dell’immancabile guida turistica. Del menù non capisce niente anche se è tradotto in inglese e poi, lei lo spagnolo l’aveva anche studiato ma certo sono passati degli anni. Ensalada de nopales, ceviche de camarones, pozole, enchiladas, chiles rellenos, mole, sopa azteca. Giusto “azteca” le suona familiare, ma per il resto niente: che fare?

 

“C’era una sfida nell’aria, in quest’aria secca e fine dei duemila metri: l’antica sfida tra le civiltà d’America e di Spagna nell’arte di incantare i sensi con seduzioni allucinanti”, scriveva Italo Calvino nel suo racconto “Sotto il sole giaguaro”. E proseguiva: “dall’architettura questa sfida si estendeva alla cucina, dove le due civiltà s’erano fuse, o forse dove quella dei vinti aveva trionfato, forte dei condimenti nati dal suo suolo”. Ed ecco che le torna in mente l’avocado. Cerca nel menù, legge la spiegazione in inglese e ordina: guacamole. “La pingue morbidezza dell’aguacate accompagnata e sottolineata dall’asciuttezza angolosa della tortilla, che può avere a sua volta tanti sapori facendo finta di non averne nessuno”, commentava Calvino di quella spessa salsa a base del “frutto nazionale messicano diffuso per il mondo sotto il nome storpiato di avocado”. Ha un lampo: ma come, l’avocado non si consuma a fine pasto, non è dolce e per colmo non si chiama neanche così?

 

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© Francesca Piana

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