Romina Casagrande

 

 

La scrittrice Romina Casagrande vive a Merano, un Alto Adige dolce per il clima, le colline intorno coltivate a vigneti e frutteti, i giardini, le pasticcerie. Di austro-ungarica memoria e di frequentazione cosmopolita, Merano era luogo di cura già all’inizio dell’Ottocento sotto gli Asburgo. Circondata da bellissime montagne dolomitiche, è punto di partenza per escursioni in Val d’Ultimo, Val Passiria, Val Venosta, Val Senales. Non della località di villeggiatura narra la scrittrice meranese già autrice di racconti ispirati ai miti e alle tradizioni altoatesini. Professoressa di scuola media, laureata in lettere classiche e appassionata di storia, Romina Casagrande narra storie dimenticate che percorrono le montagne nella loro asprezza. Nel suo romanzo I bambini di Svevia la scrittrice aveva riportato alla luce il drammatico fatto storico dei bambini che, fino alla seconda guerra mondiale, venivano venduti dalle loro famiglie per lavorare nelle fattorie dell’Alta Svevia. Il suo nuovo romanzo, I bambini del bosco, narra un’altra vicenda storica sconosciuta ai più: il fenomeno delle donne contrabbandiere in una terra di confine. Coinvolgente e originale.

 

 

 

 

Donne contrabbandiere

 

 

 

Fino agli anni ’70 del Novecento c’erano donne altoatesine che sceglievano la strada del contrabbando non solo per ragioni economiche, ma anche come espressione della propria libertà. Dalla montagna le donne erano tenute lontane da padri e fratelli. Le contrabbandiere, come le numerose donne alpiniste e guide alpine del passato, vengono ricordate come donne controcorrente, fuori dagli schemi e dal modello tradizionale di famiglia, molto radicato nell’ambiente alpino. Il legame donna/montagna rappresentava già per le donne altoatesine una scelta di emancipazione che, benché mettesse a rischio la loro stessa vita, era l’unica possibilità di indipendenza. I bambini del bosco racconta delle donne di cui si è persa traccia, dimenticate dalla storia ufficiale, narra le loro conquiste e i loro cammini notturni su sentieri di confine tra Italia e Austria fino alla Cima delle Anime.

 

 

 

 

 

Romina Casagrande
Le contrabbandiere di Mathias Schmid

 

 

 

 

Una storia di natura e sentimenti

 

 

 

 

Il romanzo è anche la storia di bambini, anzi, di adolescenti che, perdendosi nel bosco, si ritrovano. È una storia di montagna, una montagna maestosa ma pericolosa. Il presente e il passato si intrecciano in maniera alquanto sorprendente e commovente nella narrazione. La natura e la foresta sono il contesto, ma al cuore dell’opera stanno i sentimenti, specialmente dei bambini, celati, riemersi. Romina Casagrande racconta di Thomas, un ragazzino che fugge da una tragica vicenda e cerca scampo nel bosco accompagnato dal suo mezzolupo Cane. Di Luce, una ragazza che è cresciuta con il padre e il fratello, abbandonati dalla madre, e cerca la libertà. Di Daniel un bambino scomparso di cui si legge: “Quel bambino sapeva il fatto suo… Era in grado di scaldarsi, di parlare con la foresta per chiederle aiuto. La libertà non lo spaventava.” Di Jan, che cerca il bambino a qualsiasi costo. “…il bambino era passato di lì da poco, quando il sole aveva cominciato a seccare il suolo. Non stava scendendo, il bambino saliva verso la cima. E si stava liberando di quanto per lui non era necessario: il mondo che si lasciava alle spalle.”

 

 

 

 

 

Romina Casagrande

 

 

 

 

L’intervista

 

 

 

 

La montagna dei suoi romanzi non è l’idilliaco scenario della villeggiatura. Che cosa rappresentano le montagne nel suo romanzo e nella sua vita?

 

 

 

 

Le montagne che conosco, le montagne della mia regione, non sono le montagne turistiche, rappresentano la vita molto dura dei contadini, una vita di solitudine. I bambini del bosco è ambientato negli anni Settanta del secolo scorso quando le montagne erano una zona ancora isolata, cominciavano ad arrivare i primi turisti, a esserci le prime strade asfaltate. L’incontro tra montagna e città prima non era mai avvenuto, si confrontavano due modelli culturali molto diversi. La montagna è il bosco, con le sue luci e le sue ombre, è il bosco reale in cui uno dei protagonisti deve sopravvivere, è una sorta di sacco amniotico che ti nasconde e ti protegge ma contiene anche molte ombre, non sai cosa si nasconde, a volte sono pericoli molto concreti, a volte è il guardarsi dentro, fare i conti con i propri fantasmi, con i propri errori.

 

 

 

 

 

Romina Casagrande
Passo Rombo

 

 

 

 

 

 

Il tema delle contrabbandiere porta con sé una poco nota angolazione dell’emancipazione femminile e del rapporto donna-montagna. Come si è documentata?

 

 

 

 

Per tratteggiare le contrabbandiere ho fatto riferimento a figure storiche, mi sono fatta guidare dagli studi della storica Ingrid Runggaldier, che ha scritto il libro Donne in ascesa, e ha curato diverse mostre per il Museo delle Donne di Merano. Sono emersi i nomi delle contrabbandiere, personaggi reali, è stata un po’ una sfida. La storiografia femminile, fatta dalle donne, si pone domande che la storiografia maschile tralascia, ha dei pregiudizi. Su di loro ho costruito la storia di nonna Ebe, la nonna di Luce.

 

 

 

 

 

Romina Casagrande

La contrabbandiera di Mathias Schmid

 

 

 

 

C’è qualcosa di autobiografico nel romanzo?

 

 

 

 

Di autobiografico c’è la ricerca di un’identità dato che vivo in un territorio di confine. Anche la mia è un’identità mista: mia mamma è di famiglia tedesca, mio papà di famiglia italiana. Qui dobbiamo scegliere l’identità, dichiararci italiani o tedeschi. Abbiamo un attestato di bilinguismo, un patentino sulle competenze linguistiche. Come insegnante ho il patentino di bilinguismo A, il massimo. La situazione è molto diversificata, nelle valli c’è maggiore chiusura, Bolzano è a maggioranza italiana, a Merano la componente tedesca è molto forte, poi la realtà è diversa, le coppie miste ci sono.

 

 

 

 

 

Romina Casagrande
La scrittrice Romina Casagrande

 

 

 

 

 

 

 

 

Il tema della libertà percorre tutto il romanzo: perché è così importante per lei?

 

 

 

Ha a che fare con il confine, con il dover scegliere. Ci sono scuole tedesche e scuole italiane, bisogna scegliere la seconda lingua, italiano nelle scuole tedesche, tedesco nelle italiane. Ci sono due soprintendenze e due sistemi scolastici, orari e programmi diversi. Si avverte questa necessità di identità. Anche Luce, nel romanzo, deve costruirsi un’identità, decidere se appartenere al bosco, alla montagna, o alla città. Nel romanzo si parla di libertà su vari piani, come emancipazione della donna ma non solo. Ogni protagonista deve combattere per la propria idea di libertà, come conquista ma anche come responsabilità, che non consiste nel non avere legami, ma nel rispetto di se stessi e degli altri.

 

 

 

 

Lei sceglie di scrivere storie dimenticate: perché?

 

 

 

 

Come insegnante mi viene spontaneo mettermi dalla parte di chi ha meno voce in un mondo che fa tanto rumore. Abbiamo oggi mezzi importanti, la letteratura, il romanzo, l’indagine storica che è facilitata dalla ricerca negli archivi e dalla parola degli storici. Le contrabbandiere hanno fatto la storia della montagna, ma la montagna in quanto tale è territorio del maschile, associata alla forza fisica.

 

 

 

 

 

Quando e come è nata la storia?

 

 

 

L’idea è nata durante il lockdown, poi appena ho potuto scoprire e percorrere i sentieri dei contrabbandieri, mi sono posta delle domande. Questa natura è molto selvaggia e bella, ma nasconde una storia stratificata. Ho scoperto storie dimenticate, mi hanno affascinato queste donne così moderne, forti e coraggiose che rischiavano sulla propria pelle, che sono state molto odiate ma anche molto amate dalla gente, nei paesi. I sentieri, le montagne hanno un ruolo importante nel romanzo. I luoghi sono protagonisti, per me era importante saperli descrivere in modo coerente con quella che è la topografia reale.

 

 

 

 

 

 

 

Romina Casagrande
Passo Rombo sul sentiero dei contrabbandieri

 

 

 

 

 

Lei scrive e insegna lettere alle scuole medie. Dove si incontrano l’insegnamento e la scrittura e cosa insegnano i ragazzi?

 

 

 

Si incontrano nella vita reale, che deve sempre stare alla base di qualsiasi ispirazione artistica. Una classe è uno specchio della società, restituisce la complessità della realtà e del presente. Il punto in comune è questo, il bisogno di dare spessore concreto alla narrazione come anche di entrare nella psicologia. I ragazzi insegnano tante cose, sono molto ottimisti, hanno grande capacità di vivere nel presente. Abbiamo passato tutti un periodo che ci ha messo a dura prova. I ragazzi hanno dimostrato grande capacità di adattamento, hanno risorse che noi adulti non capiamo, a volte li vogliamo proteggere anche troppo, ma in realtà sanno come fare, sanno anche meglio di noi. Amo lavorare con i ragazzi di quest’età.

 

 

 

 

Si è parlato molto degli effetti della pandemia sul fisico delle persone, non tanto di quelli sulla psiche. Lei come docente come ha percepito la sofferenza dei ragazzi e quali effetti ne possono derivare?

 

 

 

 

Nell’immediato eravamo molto impegnati nel trovare una strategia. Gli effetti sono arrivati dopo, moltissimi ragazzi hanno chiesto aiuto a uno psicologo. Abituati a restare a casa, hanno avuto difficoltà a uscire. Mi spaventano le conseguenze a lungo termine. Numericamente sono sempre di più le famiglie di adolescenti che richiedono un sostegno. L’età del disagio si sta abbassando. Attacchi di panico ed espressioni di sofferenza fisica riflettono un disagio interiore che non ha trovato un modo di esprimersi, con la pandemia è esploso, ma era presente anche prima. C’è molta competizione e una rivoluzione nei rapporti non più solo sul piano reale, anche sul piano dei social che hanno reso tutto più veloce. Questo ha accelerato alcune tendenze. Si fa fatica a star dietro al cambiamento, la vita è cambiamento ma quello che non è più naturale è il ritmo del cambiamento.

 

 

 

 

 

Molti psicologi hanno suggerito di non sovraccaricare gli studenti di verifiche al loro rientro in classe dopo la didattica a distanza, ma di lavorare sulle relazioni, che sono mancate. Secondo lei è successo?

 

 

 

 

L’insegnamento è molto demandato alla sensibilità del singolo docente. La prima cosa fondamentale era recuperare la relazione, perché nel lockdown abbiamo “perso” i ragazzi. Se non c’è relazione, non c’è alcun tipo di insegnamento. Se manca l’elemento in presenza, il non verbale, l’atmosfera diventa sterile. Alle verifiche si poteva rinunciare, o comunque posticiparle, si doveva lavorare sulla relazione e recuperare il benessere e l’equilibrio dei ragazzi.

 

 

 

 

In quanto professoressa qual è per lei la chiave, l’essenza dell’insegnamento?

 

 

 

 

Amare molto quello che si fa, essere molto flessibili ed essere portati all’ascolto. L’amore per quello che si fa implica l’ascolto. Stai insegnando ma stai anche imparando, è assolutamente in divenire. Puoi prepararti la lezione ma devi sentire quella mattina l’umore della classe, adattarti affinché la tua azione abbia una risonanza e un’efficacia. Bisogna essere pronti a mettersi in discussione, non dare sempre la responsabilità agli studenti. La formazione è importantissima e l’aggiornamento anche.

 

 

 

 

Un tema presente nel romanzo è quello dell’urbanizzazione della montagna tornato di grande attualità nel post-pandemia. Come vede il futuro del turismo in montagna in particolare a Merano?

 

 

 

 

Il tema dell’urbanizzazione della montagna è molto importante nel romanzo. Si tratta dell’incontro tra due mondi, due modelli. L’Alto Adige ha cambiato faccia, tante realtà culturali tipo masi non ci sono più. Erano fattorie a conduzione familiare, dove si faceva vita di fatica e di isolamento, che ora non si fa più. Sono stati trasformati in resort, in ristoranti, qui l’economia poggia sul turismo, se non c’è il turismo l’economia muore. Dopo la pandemia si è cercato rifugio nella natura. Di positivo c’è molti ragazzi, anche sostenuti dalla provincia, riaprono vecchie malghe, le ristrutturano, fanno turismo sostenibile. Le nuove generazioni sono molto attente alla natura, la rispettano, hanno questa sensibilità. Abbiamo bisogno della terra, delle cose semplici.

 

 

 

 

Romina Casagrande

 

 

 

 

 

Romina Casagrande

 

 

 

 

 

Quale suggerimento darebbe a un viaggiatore in visita a Merano per cogliere il senso delle sue montagne?

 

 

 

Abbandonare le cartine, i percorsi scontati e far parlare le persone, far parlare il territorio attraverso gli incontri. Il territorio è molto stratificato.

 

 

Il libro

 

Romina Casagrande, I bambini del bosco, Garzanti, 2021

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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